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| L'Arena
di Verona -Lunedì 29 Aprile 2002 Estravagario. Felice debutto La provvidenziale «inutilità» del teatro di varietà Alberto Bronzato è tornato a rivestire perfettamente i panni del mattatore di Enrico de Angelis Da ormai molti anni Alberto Bronzato si è imposto come uno dei più importanti uomini di teatro a Verona. Lo abbiamo visto crescere sia come attore che come regista, e cimentarsi con lavori sempre più impegnativi, compresi quelli cosiddetti «seri». Insomma è passato molto tempo da quando lo vedevamo soprattutto nel ruolo di caratterista e di «buffo», prima nella Barcaccia, poi nel Teatro Perché e infine nell'Estravagario, o semplicemente da solo in recital esilaranti attinti a quel filone che collega in serie cafè chantant-tabarin-rivista-varietà-avanspettacolo-commedia musicale e cabaret. Ebbene, noi continuiamo a pensare da allora che questa dimensione gli stia così bene addosso, che gli stiano così a pennello questi abiti, da non vedere nulla di riduttivo in tutto ciò, e in tale veste siamo stati felici di ritrovarlo nel nuovo spettacolo messo in scena in questi giorni all'Estravagario Teatro Tenda, premiato da una partecipazione di pubblico folta e divertita. Con un titolo che è tutto un programma, «Leggero leggero e patapim e patapum», Bronzato ha nuovamente saccheggiato a modo suo tutto un patrimonio di teatro «minore» che minore non è, nato giusto un secolo fa e che in un secolo ha prodotto personaggi grandissimi, talenti e fermenti di straordinaria capacità creativa, come quelli che si riconoscono appunto in questo lavoro: da Maldacea a Petrolini, da Totò a Dapporto, da Macario a Franco Nebbia, da Paolo Rossi a Stefano Benni. Tutto uno stupidario di «arte povera», di freddure e doppi sensi, acrobazie verbali e linguaggio popolare, spregiudicatezze d'avanguardia e tradizioni dialettali, scomposizioni futuriste e formule iterative, gusto dell'orrido e perdonabili cadute di gusto, efficace tanto più si discosti dalla verosimiglianza per toccare il surreale. Modernariato d'autore, di pretta marca italiana, con ventate d'aria di Parigi, un po di Berlino e una spruzzata di Broadway. Sostenuto da un complessino di strumentisti da circo (anche la dimensione del circo è continuamente evocata) e da un quartetto di deliziose coriste (Chiara Andreone, Michela De Marc, Mariarosa Marchi e Simona Tedeschi), in un rapido ritmo di marcette e valzer, galop e mazurche, flamenco e tip tap, lo spettacolo resta comunque sostanzialmente uno one-man-show , un po' sul modello Paolo Poli. Alberto Bronzato svetta come un nostro piccolo benignaccio, un Carmelo Bene dei poveri, un po' marionetta meccanica, un po' fine dicitore e un po' mimo spiritato; voce nasale, faccia da clown e figurina agile, ogni volta ingenuo o furbo, tonto o allusivo, infantile o mellifluo, funambolico o flemmatico, incantato o disincantato. Se questo, come lui annuncia ad inizio spettacolo, è «un inutile lavoro stupido», ci auguriamo che Alberto Bronzato ritorni ancora spesso sulla strada dell'inutilità stupida, o dell'inutile stupidità. |
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