|
|
![]() |
|
|
|
|
|
Il dibattito - Agosto 2002 Dedicato ad Alberto Bronzato e alle donne della Compagnia Estravagario. La piccola bottega degli orrori della casalinga frustrata
Il regista Alberto Bronzato ha messo in scena al Cortile Montanari "Le cognate" di Michel Tremblay e replica lo spettacolo fino al 18 agosto. A mio parere si tratta di una delle produzioni migliori del teatro veronese recente. Lautore è un drammaturgo sessantenne del Québec (Canada) e il testo è stato scritto nel 1965. E stato già rappresentato varie volte in Italia, da Barbara Nativi per cinque anni e da altri gruppi. Si tratta di un lavoro in cui, dentro lesile cornice di un concorso a punti, pretesto per un "party" tutto femminile, Tremblay scaraventa con violenza e sarcasmo le vite parallele di quindici donne, con le loro storie, le loro speranze, le loro volgarità, le loro passioni. Una piccola bottega degli orrori della casalinga frustrata. Alberto Bronzato ha scelto di presentare la bottega nella scena iniziale con le donne che appaiono come al di là di una vetrina, dietro il velo trasparente del fondale, in pose diverse. Istantanee per un gioco di società. Poi, sul palcoscenico occupato da un lungo tavolo, una decina di sedie, un telefono e le scatole dei punti in primo piano, le protagoniste si animano, si confrontano, si raccontano, si insultano, si sbeffeggiano, si compiangono, gridano rabbie rancori e umiliazioni patite attraverso un impianto drammaturgico che è basato essenzialmente su tre elementi: lo scontro diretto delle varie sovraccaricate tipologie, il monologo interiore e il coro (bellissimi quello della "settimana" e della "tombola") che commenta o irride sarcasticamente. Questa scrittura, che inizialmente travolge lo spettatore con torrentizia irruenza e con effetti di violenta e grottesca comicità, sottolineati da una recitazione sempre sopra le righe, a tratti rabbiosa, molto gridata e oltretutto acusticamente amplificata, tende a rarefarsi verso il finale quando il monologo interiore o il flusso della coscienza alla Molly Bloom diventa prevalente, rovesciando le situazioni o comunque mettendo allo scoperto lipocrisia di alcuni personaggi: così la bigotta si svela unassatanata frequentatrice di night, la spogliarellista (che in altre edizioni è un travestito) si scopre una fallita, la piccola barista rivela la sua maternità non voluta e via dicendo. Il comico si tinge di fiele amaro. I vizi si rivelano incorreggibili e le cognate diventano ladre. La piccola bottega fa orrore, con il suo patetismo, con le sue viltà, con le sue puttane buttate via e le sue bambine che sognano di diventare puttane. Che tristezza. Il sogno di una casa diversa si sfalda nell'aridità della vita reale. Lo spettacolo lascia unaccentuata impressione di travestitismo e non a caso lautore, Michel Tremblay, è un omosessuale dichiarato: le donne sono travestite da "tipi" di donne, tirate per un verso - quello del crudo linguaggio della quotidianità sulla sponda di un esasperato realismo, e per laltro sulla sponda della commedia farsesca o surreale alla Tano da morire. Senza pretese classificatorie dico ora di alcuni caratteri che ho maggiormente apprezzato: Monia Cimichella nella parte della donna sboccata, sarcastica, impietosamente violenta nei confronti delle compagne e soprattutto del marito sessualmente inetto; Cristina Stella nella parte della padrona di casa, beatamente e stolidamente immersa nel suo mondo di punti e alla fine vittima del suo sogno; Barbara Fittà in quella dellisterica invidiosa, Irene Ponza nella vecchia sulla sedia a rotelle, Debora Levin nella donna che vive al di sopra delle sue possibilità, Tiziana Leso nella cinquantenne dalla doppia vita, Tiziana Totolo nella figlia ribelle Ma mi piace sottolineare che tutte, fino alla giovane Barbara Andreotti nella parte della barista, interpretano con grande vigore e disegnano plasticamente i loro rispettivi personaggi, con evidente professionalità, e forse anche un po prese dal gioco dellemulazione reciproca che il testo "per sole donne" certamente incoraggia. A fine recita, in un cortile che nonostante un temporale incombente ha fatto il pieno con un pubblico entusiasta, Alberto Bronzato mi dice di alcune cose che vanno ancora registrate nelle prossime repliche e penso che intenda lavorare soprattutto sulla sincronia dei gesti, delle danze e delle voci, perché il resto mi sembra ottimamente calibrato, anche gli elementi apparentemente marginali: dallo sfarfallio sgargiante dei vestiti alle pettinature che già danno lidea delle varie personalità, alla musica di piano fuori scena, alle luci che staccano sulle persone monologanti. Un ottimo lavoro. Costruito su un ritmo incalzante. In cui gli scarni elementi di scena, le sedie, i coriandoli dei punti, diventano spunti per il gioco corale. Quando la bottega chiude, ti resta quel senso di rabbia impotente mascherata dal riso e dallo sberleffo crudele che Tremblay ha comunicato alla metà degli anni Sessanta e che le donne nel decennio successivo sono peraltro riuscite a ribaltare con lenergia distruttrice e costruttiva dei movimenti femministi. Siamo precipitati in un altro mondo. Anche se Tutti sentiamo che il mondo di Tremblay e di Bronzato è ancora lì attorno a noi e dentro di noi.
|
|