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Il Giornale di Vicenza - Martedì 6 Febbraio 2001

Amatoriali. Positiva inaugurazione della Maschera d'Oro al teatro San Marco
E Venezia dà spettacolo
Si ripete la magia del Campiello, capolavoro assoluto
Dall'Estravagario un Goldoni brioso e divertente

Vicenza. Tutto esaurito per l'avvio della tredicesima edizione del festival nazionale "Maschera d'Oro" al teatro San Marco, dove la compagnia Estravagario di Verona ha presentato Il campiello di Carlo Goldoni. Un buon viatico, naturalmente molto apprezzato dagli organizzatori e dal cassiere, che si spiega facilmente con l'importanza della manifestazione, la qualità della compagnia in scena, la fama dell'opera rappresentata e la gloria dell'autore. Quando, nel 1757, scrive questa sua prima opera "plebea", Carlo Goldoni ha ormai completato il lavoro di traghettatore della drammaturgia italiana dalle artificiose bizzarrie della Commedia dell'Arte al realismo del mondo borghese veneziano. Con Il campiello dà un nuovo giro di vite alla sua azione rivoluzionaria, portando alla ribalta le vicende del popolo verace della Venezia proletaria. I "lustrissimi" e i ricchi mercanti diventano semplici comprimari; il vero protagonista è il popolo minuto delle "fritolere" e dei "zavatteri", un massa in fermento che, tra grida e baruffe, si affaccia al mondo e chiede nuova attenzione. Sono i refoli del rinnovamento illuministico che in Francia prepara la grande Rivoluzione e che Goldoni, con la sua straordinaria sensibilità, avverte chiaramente. Non a caso di lì a qualche anno, nel 1762, dopo aver scritto il suo secondo capolavoro "tabernario", Le baruffe chiozzotte , sarà proprio alla Comédie Italienne di Parigi che il grande avvocato dedicherà il suo talento. Nel povero campiello, sul quale si affacciano le vecchie case dai muri corrosi dalla salsedine, le preoccupazioni sono le stesse che agitano la ricca dimora di Pantalone. Ci sono delle "pute" da sposare, dei "puti" che scalpitano, delle "comari" che non si decidono a gettare la spugna. Diversa è solo la quantità della dote: qui non si parla di zecchini e rendite, ma di federe, lenzuola e "panesei". E qui, nel povero campiello, se si ha qualcosa da ridire non si usano ironie o mezze parole, ma si impugna il bastone e si libera la voce. Un'animosità che non impedisce ai vari caratteri di esprimersi: Donna Cate e Donna Pasqua sono due vecchie megere - hanno addirittura superato i quarant'anni! - che, una volta maritate le figlie, si illudono di poter trovare un nuovo marito. Lucieta e Agnese fanno le dispettose con Anzoletto e Zorzetto, i rispettivi spasimanti. Gasparina ha qualche quarto di nobiltà che la autorizza a trattare con sufficienza le vicine di quartiere. Il bel Cavaliere napoletano ha i soldi e la pazienza per mettere d'accordo tutti. Come sempre in Goldoni, tutto gira alla perfezione, ogni parola e ogni gesto si incastrano nella logica dell'azione e nelle aspettative di chi guarda. In più, c'è un delizioso uso della rima, una cantilena baciata dalla quale è dolcissimo farsi cullare. Solo qualche esempio: "Go più de un protetor - che col me vede el me darave el cor" assicura una delle due vedove; "Mi la più vecia? Pore mate! - toca a donna Cate!" ribatte l'altra; "Go un zio - che xe quel che comanda e sta con io" spiega impappinandosi con il "fiorentino" la sussiegosa Gasparina. Più il testo è buono, più arduo è il compito degli attori. Quelli dell'Estravagario se la cavano egregiamente, confezionando uno spettacolo divertente e pieno di brio. Il regista Alberto Bronzato si riserva un ruolo marginale che lo vede spesso in scena come semplice spettatore e gli permette di seguire con sguardo attento il lavoro dei suoi attori. Alla fine, non può che essere soddisfatto, e gli applausi convinti del pubblico gli danno ragione. Tutti bravi, i protagonisti in scena: una nota di merito per Loredana Bouchet - una Donna Cate di prorompente simpatia, una "sora Lella" in versione lagunare - e Olivia Lucchini, Gasparina smorfiosa e divertentissima. Degli scroscianti consensi del pubblico si è già detto.

Lino Zonin